Da una Fiat perduta ai sogni d’America: la parabola di Paul Farago, il calabrese che disegnava il futuro a Detroit.

Da una Fiat perduta ai sogni d’America: la parabola di Paul Farago, il calabrese che disegnava il futuro a Detroit.

C’è una strada, a metà tra la leggenda e il garage, che parte da un’officina in Calabria e si snoda tra le curve luccicanti di Detroit, là dove le auto erano più che macchine: erano promesse, sfide, proiezioni di un futuro in metallo e sogni americani.

Su quella strada ha camminato Paolo Farago, che gli americani impararono presto a chiamare Paul. Non un nome altisonante, ma una figura che oggi, tra gli scaffali della memoria del motorismo d’oltreoceano, merita di tornare a brillare.

Il meccanico che sapeva sognare

La sua è la storia di tanti italiani del Novecento, con una valigia e un mestiere nelle mani. Figlio di un autista di autobus, giovane meccanico già in patria, Paul Farago arriva negli Stati Uniti negli anni Trenta. Il destino lo piazza nel cuore pulsante della Motor City: Detroit.

E lì, tra olio e carburatori, Paul inizia a farsi un nome. Prima come abile riparatore di auto d’importazione, poi come pilota amatoriale nei circuiti locali del Michigan, quindi come figura chiave del neonato Sports Car Club of America, sezione di Detroit.

La Fiat che divenne una barchetta… e un mistero

Il primo squillo da fuoriclasse arriva negli anni Cinquanta. Inseguendo il sogno di costruirsi un’auto tutta sua, Farago incrocia una Fiat 1100 berlinetta, importata dalla Kaiser-Frazer per studi tecnici.

La trasforma in una barchetta elegante e affusolata, che corre a Watkins Glen e in altri eventi americani. È la sua prima creazione “firmata”, e oggi resta avvolta da un’aura di mistero: l’auto è scomparsa, forse dimenticata, forse nascosta. Ma per chi l’ha vista sfrecciare, era un frammento d’Italia su ruote americane.

Chrysler, Ghia e il turbine della fantasia

Il piccolo laboratorio di Paul si trovava a due passi dalla sede della Chrysler. E fu lì che nacque l’incontro chiave con Virgil Exner, il grande stilista della casa americana. Quella stretta di mano aprì a Farago le porte della collaborazione con Ghia e con un altro nome leggendario: Giovanni Savonuzzi, padre della Cisitalia 202 che oggi fa bella mostra di sé al MoMA.

Insieme diedero forma a un sogno d’acciaio: la Chrysler Turbine Car, la macchina a turbina che voleva essere il futuro. L’arte italiana e la visione americana si fondevano nella fiamma accesa di quel prototipo visionario.

Farago diventa brand: la CF 428

Nel 1969 Paul incontra un’altra icona dell’automotive, John DeLorean, e con lui firma una delle sue opere più personali: la Farago CF 428. Linee europee e cuore Pontiac V8, un abito sartoriale cucito da Coggliola a Torino, nato per stupire. Era una concept car, certo, ma di quelle che si fanno notare. Talmente tanto che nel 2017, mezzo secolo dopo la sua nascita, la CF 428 viene celebrata al Pebble Beach Concours d’Elegance, tra le “American Dream Cars” degli anni ’60.

Sinatra, la Dual Ghia e le corse di una vita

Farago fu anche tra i protagonisti della storia della Dual Ghia, l’auto prediletta dal Rat Pack e da Frank Sinatra, costruita grazie a Gene Casaroll e a un accordo con Chrysler.

Ancora una volta, Paul era lì, a metà tra ingegno tecnico e sensibilità stilistica, con il cuore sempre diviso tra la madrepatria e quel nuovo mondo dove tutto sembrava possibile.

Un’eredità che rinasce

Paul Farago si è spento nel 1997, a 85 anni. Ma la sua storia non si è fermata con lui. Oggi, grazie all’amore di un gruppo di appassionati e al contributo dell’intelligenza artificiale, il marchio Farago è tornato a vivere su una nuova ed elegante coupé, ispirata nei tratti alla CF 428.

Un ritorno silenzioso ma potente, come un motore che riprende fiato dopo un lungo inverno.

Testo di Renzo Raimondi per Motori Storici.

Renzo Raimondi
Renzo Raimondi - Padre di famiglia fiero, grande appassionato di motori e auto storiche.

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